Startup Mentor: ma io… che ci faccio qui?

Ci siamo, è iniziato il primo set della partita che ho deciso di giocare, quella del percorso di formazione per diventare uno startup mentor del PoliHub. Vi confesso che dopo aver sentito l’altissima seniority dei miei “compagni di viaggio”, mi sono chiesta: «ma io… che ci faccio qui?»

 

mago merlino

 

Del perché ho scelto di fare il percorso di formazione del MIP e del PoliHub per diventare uno startup mentor ne ho già parlato; tuttavia, voglio ritornare su alcuni aspetti chiave del “valore del mentor” perché il riferimento alla figura mitologica greca rappresenta in realtà un fondamento importante di tutte le “storie” del mondo.

 

Il primo giorno di corso lo ha ribadito Stefano Mainetti, Ceo del PoliHub: «Chi sarebbe stato Re Artù senza mago Merlino? E come sarebbe stata la storia di Luigi XIII senza il cardinale Richelieu?».

 

Due figure, mago Merlino e il cardinale Richelieu, tanto diverse come persone quanto uguali nel ruolo di mentor (esattamente come lo fu Mentore per Telemaco), fondamentali nella “storia” ma sempre un passo indietro al protagonista. Ecco, questo riassume benissimo quanto vi ho raccontato nel primo “pezzo” di questa mia avventura: lo startup mentor è colui che ha voglia di “mettere la giacca di chi aiuta” una startup a diventare impresa; è colui che fa da guida ma senza alcuna leadership gerarchica perché sa che l’imprenditore, il protagonista della storia, è lo startupper.

 

Ma chi è lo startupper?

Protagonista che non è un supereroe buono che ammazza i cattivi, tutt’altro, il più delle volte è un imprenditore con personalità bipolare, borderline, pazzo, visionario, disposto a sacrificare tutto per la sua idea, per la sua startup, anche gli affetti familiari e gli interessi personali. Oppure è un inventore, un genio con competenze tecniche o di dominio molto verticali che sa tutto, ma proprio tutto, di una certa materia, talmente innamorato della sua invenzione da non consentire intrusioni… per lui sono una violenza fisica! Oppure, è un alfa dominante, un manager di quelli che ha sempre la risposta a tutto, che sa calcolare tutto, che non ascolta perché tanto… lui sa decisamente più di tutti e non ha tempo da perdere. Il suo tempo è prezioso. Il suo!

 

Con uno scenario così, verrebbe voglia di scappare, altro che aiutarli ‘sti protagonisti! E invece no, il mentor è lì, rimane fino alla fine, come un padre; sa che il figlio all’inizio avrà un disperato bisogno di lui, ma sa anche che arriverà il momento in cui il figlio se ne andrà da solo per i propri lidi, magari senza neanche voltarsi e ringraziare. Anzi, togliamolo pure il “magari”!

 

E chi è lo startup mentor?

Ma allora, perché diavolo dovrebbe rimanere lì il mentor? Perché fa “scouting” e se trova la startup “giusta”, quella dove investire non solo con tempo e competenze, la sua “ricompensa” può avere interessanti ordini di grandezza.

 

Ma davvero può essere questa la motivazione che spinge uno startup mentor a dedicare il suo tempo e la sua conoscenza ad aiutare uno startupper? Devo dire che, facendo qualche chiacchiera con alcuni dei miei compagni di viaggio, la risposta è no.

 

Il mentor dev’essere una persona capace di ascoltare, fare domande, stimolare il dibattito e sintetizzare idee e concetti, deve saper dare i giusti feedback e costruire un rapporto. Il suo valore non dipende affatto dal successo della startup: un buon mentor, deve anche saper fare fallire la startup, se necessario, aiutando il protagonista della storia a cambiare direzione.

 

Ed è quindi solo questione di “attitudine”? No, per fare lo startup mentor bisogna imparare, imparare a diventare come mago Merlino, partendo dalla teoria per poi affinare via via le capacità con la buona pratica.

 

Ecco… in questi giorni io sto affrontando la teoria. Lo sto facendo con un gruppo di persone con storie professionali e personali differenti ma accomunate tutte da un livello di seniority elevatissimo, con competenze ed esperienze che esaltano la mia ammirazione per loro. Tanto da chiedermi… ma io, che ci faccio qui?

 

Ma la risposta, infondo, è molto semplice: sono qui, con loro, per apprendere e prendere, “rubare” tutto ciò che posso per crescere e trasferire poi ad altri ciò che avrò imparato. Nella speranza che qualcun altro decida di fare lo stesso, innescando così quel meccanismo virtuoso di cui oggi il nostro Paese ha tanto bisogno.