Perché la singolarità (e il cervello bionico) non mi fa paura

È l’uomo ‘la cosa’ più intelligente del nostro Universo? Il cervello bionico, sarà un male?

 

Cyber Woman – by Depositphotos

 

Se partendo dal termine ‘singolarità’ pensavate di leggere le riflessioni sulle caratteristiche specifiche di una qualche persona, con conseguente esaltazione del proprio essere quale elemento distintivo in un mondo di masse, allora preparatevi alla delusione (o smettete subito di leggere!). Quella ‘singolarità’ non mi interessa, la lascio a chi si occupa di psicologia.

Io guardo con estremo interesse alla singolarità tecnologica, a ‘quel’ momento in cui l’intelligenza artificiale (unita ad altri elementi quali le nanotecnologie e l’ingegneria genetica) sarà in grado di evolvere sé stessa, di modificarsi e di dare un’accelerata al progresso tecnologico tanto da renderlo incontrollabile dall’uomo trasformando in modo irreversibile l’esistenza di quest’ultimo.

La strada evolutiva della tecnologia non ha mai seguito un percorso lineare ma esponenziale aumentando costantemente accelerazione e potenza di cambiamento. Nell’idea di Ray Kurzweil, e di chi come lui crede nell’arrivo ‘imminente’ della singolarità e del transumanesimo (teoria che vede una nuova fase dell’evoluzione dell’uomo dove scienza e tecnologia diventano le basi per l’aumento delle capacità fisiche e cognitive umane; l’homo sapiens, in questa evoluzione, non sarebbe il prodotto finale ma uno degli anelli primordiali), la crescita esponenziale che abbiamo potuto vedere fino ad oggi ci ha avvicinati al cosiddetto “gomito della curva”, la fase cioè in cui la tendenza esponenziale di cambiamento farà un balzo “esplosivo”. Stando ai modelli matematici di analisi in uso oggi da parte di Kurzweil per la formulazione delle sue teorie, ogni decennio la velocità con cui cambiano i paradigmi tecnologici (l’innovazione tecnica) continua ad aumentare, già oggi, per esempio, raddoppia (in altre parole: per raggiungere 20 anni di progresso, dopo gli anni 2000, non sarebbero serviti 20 anni di tempo ma solamente 14; l’accelerazione di cambiamento continua poi ad aumentare, dopo il 2014 si è infatti stimato che riusciremo a raggiungere 20 anni di progresso in soli 7 anni). Che cosa significa tutto questo? Che in un lasso di tempo limitato, un secolo (il Ventunesimo secolo), compiremo un progresso che non sarà quello di 100 anni ma quello di 20mila anni.

Insomma, il progresso avrà un’impennata verticale, un’accelerata così forte da portare il noto informatico americano a ritenere che il tempo della singolarità sia molto vicino. Tre sono i pilastri su cui si fonda la sua visione:

1) l’avanzamento dell’ingegneria genetica: secondo la visione di Kurzweil l’ingegneria genetica ci porterà presto a ‘reinventare’ gli organi umani, i sistemi dei nostri organismi o reingegnerizzare i cervelli biologici affinché possano essere più potenti, resistenti, ecc.(per esempio attraverso la loro ‘estensione’ tecnologica, ossia per mezzo di chip e piccole componenti tecnologiche che potrebbero, a titolo di esempio, consentire al nostro cervello di utilizzare memoria o capacità di calcolo offerte da macchine alle quali il cervello potrà essere ‘connesso’);

2) il progresso delle nanotecnologie: il cervello umano è in grado di modificare la sua struttura ma questo avviene molto molto lentamente nella scala evolutiva e implica anche cambiamenti ‘fisici’ (pensiamo al fatto che la corteccia cerebrale più grande, insieme ad uno sviluppo maggiore della materia grigia, che ci hanno reso più ‘intelligenti’ rispetto ai nostri antenati, hanno richiesto milioni di anni di evoluzione); in un futuro non troppo lontano, le macchine saranno in grado di modificare la propria struttura (riprogettando sé stesse e aumentando le loro capacità) senza che tali ‘capacità aumentate’ abbiano impatto sulle dimensioni della tecnologia hardware e sul consumo energetico;

3) la maturità dell’intelligenza artificiale: secondo le previsioni di Kurzweil, avremo l’hardware necessario per emulare il funzionamento del cervello umano già alla fine di questo decennio (cioè entro il 2020); inizialmente serviranno capacità messe in campo dai supercomputer, ma probabilmente già alla fine del decennio successivo si potrà emulare l’intelligenza umana sfruttando le componenti di un Pc standard; i ‘modelli software’ saranno efficaci e maturi già verso la metà degli anni Venti…. e a quel punto il test di Turing non avrà più nemmeno senso (considerando che già oggi, ci sono all’attivo ben tre differenti progetti che hanno portato le macchine a superare il test: nel 2014 un ‘computer pensante’ ha fatto credere ad un giurato su tre di essere un ragazzino di 13 anni; nel 2015 un sistema di intelligenza artificiale ha prodotto un testo che avrebbe potuto essere redatto da un essere umano; nel 2016 alcuni algoritmi matematici sono riusciti a produrre suoni inserendo così l’audio in un video muto).

Sembrano scenari futuristici alla ‘Blade Runner’ (futuristici all’epoca, dato che la fuga dei replicanti avveniva nell’attuale e vicinissimo anno 2019), eppure, se guardiamo ai recentissimi sviluppi che l’intelligenza artificiale e la robotica hanno compiuto non appaiono tanto irrealizzabili. Infondo, il progresso dell’umanità è sempre dipeso dall’evoluzione tecnologica e scientifica; la differenza sostanziale è che, in passato, abbiamo avuto il tempo di ‘adattarci biologicamente’, cosa che ora non abbiamo più. Pensiamo solo all’impatto che gli smartphone e la fruizione di contenuti via mobile sta avendo sulle nostre vite stravolgendo, in un lasso di tempo molto breve, il nostro modo di comunicare, socializzare, lavorare… per fare un esempio che, tutto sommato, se rapportato alla potenza dirompente dell’intelligenza artificiale, potrebbe persino risultare banale.

Ciò che oggi spaventa, di fronte a scenari dove le macchine scavalcheranno l’uomo anche sull’ultimo granello di ‘potere’, quello che consentirà loro di programmare se stesse e di decidere autonomamente, a mio avviso non ha però nulla a che vedere con gli scenari futuristici che il mercato cinematografico ci ha abituati a vedere.

Personalmente, sono convinta che la ‘replica’ del cervello umano sia pressoché improbabile. Non tanto perché, tutto sommato, conosciamo ancora poco del nostro cervello e di come realmente ‘si comporti’, ma perché in esso – e tramite esso – avvengono connessioni che danno luogo a emozioni, a mio avviso, difficilmente ‘provabili’ e ‘vivibili’ da una macchina. Di contro, non sono del tutto scettica sulla possibilità che si possa creare empatia tra un uomo ed un robot. Ma al di là di queste riflessioni, puramente personali, ciò che a me non spaventa della singolarità è la possibilità di poter ‘godere’ della potenza delle macchine per migliorare la vita e la condizione umana, soprattutto nel potenziamento delle capacità intellettuali, fisiche o fisiologiche che potrebbero eliminare condizioni di vita oggi ‘devastanti’ (come quelle che provocano – fisicamente e psicologicamente – le malattie gravi o rare).

 

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